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Ho conosciuto un uomo che si chiamava Hans ed era diverso da tutti gli altri. Ne ho conosciuto un altro, e anche lui era diverso da tutti gli altri. poi un altro ancora, che era diversissimo da tutti gli altri e si chiamava Hans; io l’ho amato. Lo incontrai nella radura e ce ne andammo così, senza meta. Lui mi portò sulla ruota gigante, era nella foresta nera, e sotto i platani dei grandi boulevard lui bevve Pernod con me. L’ho amato. Eravamo ad una stazione nord e il treno partiva per mezzanotte. Non feci cenni di saluto con la mano. Feci un cenno che singificava fine. Quella fine che non trova fine. Non ha mai avuto fine. E’ un segno che va fatto tranquillamente. Non è un segno triste, che vela di nero le stazioni e le grandi strade, molto meno del cenno ingannatore di saluto che segna la fine di tante cose. Vattene, morte, e fermati, tempo. Non servirsi d’incantesimi, né di lacrime, né di mani che s’avvinghiano, né di giuramenti, né d’implorazioni.Niente di tutto questo. La regola è: confidare che gli occhi bastino agli occhi, che basti un solo verde, che basti la cosa più lieve.
Ingeborg Bachmann, “Il trentesimo anno”.